
Ad un primo sguardo sembrerebbe una delle tante rappresentazioni di genere, tipica espressione di quella pittura fiamminga che, tra il ‘500 e il ‘600, aveva già conosciuto le restrizioni della Riforma protestante.
La scena si svolge all’interno di una residenza borghese. Un bambino bussa alla porta per mendicare qualcosa. La madre si nasconde, forse per pudore o vergogna, o forse perché confida che solo la tenerezza del figlio possa far breccia nei cuori di quella famiglia.
Ad aprire la porta ci pensa la governante che sta tenendo per mano il pargolo di casa agghindato come si conviene ad un bambino dell’epoca.
Sullo sfondo nella stanza accanto si scorgono i padroni di casa. Sembrano in posa per uno shooting fotografico. In realtà preferiscono stare alla larga da quella fastidiosa incombenza.
Anche il cane che sgambetta con le sue esili zampette sul pavimento di marmo pregiato sembra essere infastidito da quelle impreviste presenze.
Il bambino ricco “è una bambola odiosa” (Tomaso Montanari). Non si degna neanche di volgere uno sguardo verso quell’altro bambino che potrebbe avere solo qualche anno più di lui. Sta guardando verso di noi mentre porge nel cappellaccio del poverello un obolo che appare molto misero al confronto del prezioso medaglione che porta al collo.
In tutta la scena non si intravede un minimo di empatia verso coloro che oggi siamo abituati a definire, con estrema leggerezza, “i meno fortunati”, come se la povertà fosse solo la conseguenza di una serata alla roulette girata male.
Tra le varie figure che affollano la scena, l’unica che lascia intravedere un certo imbarazzo è la governante.
Jacob Ochtervelt, l’autore di questo dipinto, oggi esposto alla National Gallery di Washington, ci sta sbattendo in faccia l’ipocrisia dell’elemosina che spesso scambiamo per carità.
Guardando questa scena mi è venuta in mente una delle tante battute ciniche di Paperon de’ Paperoni: “i ricchi non sono mai generosi, perché se fossero generosi non sarebbero ricchi”.




























